In una notte piovosa del periodo Edo, una donna avvolta in un kimono bianco ormai fradicio entrò in una piccola bottega illuminata da una lanterna tremolante. Praticamente non parlò quasi. Chiese solo, con voce flebile, una caramella. Pagò con un mon (moneta di scarso valore) e scomparve nel buio. Questa stessa scena si ripeté uguale per 6 notti.
Il negoziante, che aveva servito la donna, iniziò però a notare qualcosa di inquietante: le monete ricevute, al mattino, si trasformavano in foglie secche. Deciso a capire cosa stesse accadendo, una sera dopo aver atteso che lei uscisse dalla bottega, la seguì. La vide camminare lentamente verso il cimitero del tempio. Una volta lì la figura svanì tra le tombe.
Il giorno dopo, l’uomo insieme ad un altro mercante, scavando nel punto in cui gli sembrava di aver visto sparire la donna, fece una scoperta sconvolgente: dentro una bara recentemente interrata, accanto al corpo di una donna incinta, c’era un neonato avvolto in fasce ancora vivo, con addosso 6 caramelle mezze succhiate.
Così nasce una delle leggende più toccanti del folklore giapponese: quella della Kosodate Yūrei (子育て幽霊), il “fantasma che alleva un bambino”.
Il racconto viene ripreso e citato in diverse raccolte di kaidan (storie di fantasmi) del periodo Edo. Versioni simili compaiono anche in cronache locali e successive raccolte di storie sugli yōkai. Una delle versioni più note è legata al tempio Shōnin-ji di Kumamoto, dove la storia viene tramandata come evento realmente accaduto. Nelle versioni documentate la struttura resta comunque invariata, la madre defunta acquista caramelle, per sfamare il figlio e tenerlo in vita, prima che venga scoperta la sepoltura, ma ci sono alcuni dettagli che differiscono a seconda dei racconti. Talvolta le monete si trasformano in foglie al mattino, in altre restano autentiche (e sono praticamente quelle che venivano messe insieme al defunto, come offerta per i Kami). In alcune varianti non è il mercante a scoprire quello che sta succedendo, ma sono i monaci ad intervenire dopo aver udito un pianto provenire dalla tomba.
Qualunque sia la storia comunque, il nocciolo della questione rimane uno ed uno solo: una donna morta durante la gravidanza ritorna dal mondo dei defunti per prendersi cura del figlio ed assicurarsi che stia bene, sino a quando non è sicura che qualcuno lo possa accudire.
A differenza di figure come la Onryō, spirito consumato dal rancore, la Kosodate Yūrei non è guidata dall’odio. È trattenuta nel mondo dei vivi dall’amore materno. Quindi non siamo davanti ad uno yōkai vendicativo, ma ad una madre premurosa
Iconograficamente appare come una classica yūrei: kimono funerario bianco, lunghi capelli neri sciolti, pelle pallida, movimenti silenziosi. Ma la sua espressione non è deformata dalla rabbia. È malinconica, assorta, quasi distante.
Nel contesto buddhista giapponese, l’attaccamento è ciò che impedisce all’anima di trovare pace. Eppure, in questo caso, quell’attaccamento è un atto di protezione portato all’estremo.
La leggenda della Kosodate Yūrei sopravvive ancora oggi perché tocca l’anima con note profonde, ovvero l’idea che la maternità possa oltrepassare la morte. Non è una storia costruita sul terrore, ma su un dolore che commuove più di quanto possa spaventare.
La figura della madre che torna nella notte infatti non è mostruosa: è tragica. E forse è proprio questo che la rende così disturbante, probabilmente inquietante, ma anche così fortemente umana.





