Dimenticate per un momento yōkai guardoni, tanuki e volpi, ma anche demoni dispettosi ed eroi leggendari. Questo perchè per sconfiggere uno dei mostri più famosi e feroci della mitologia giapponese, non servono spade mitiche, poteri sovraumani o famigli magici, serve qualcosa di molto più semplice: del buon sakè. O meglio, otto recipienti pieni di sakè.
La storia che vi racconto è quella di Yamata no Orochi (八岐大蛇), il gigantesco serpente a otto teste e otto code che compare nel Kojiki, il più antico testo giapponese giunto fino ai giorni nostri. A dover affrontare questo yōkai è Susanoo-no-Mikoto, una delle divinità più importanti della mitologia giapponese. Fratello di Amaterasu, la dea del Sole, e di Tsukuyomi, associato alla Luna, Susanoo nasce da Izanagi e si distingue fin dall’inizio per un carattere decisamente turbolento. Dopo i conflitti con Amaterasu viene allontanato dal Takamagahara, il regno celeste degli dèi, e raggiunge la provincia di Izumo.
Qui incontra una coppia di anziani, Ashinazuchi e Tenazuchi, disperati per la sorte delle loro figlie. Sette sono già state divorate proprio da Yamata no Orochi e gliene rimane soltanto una: Kushinadahime, destinata a diventare la prossima vittima. Susanoo, non potendo restare indifferrente di fronte a questa atrocità, decide di intervenire, ma nonostante il suo carattere ribelle non affronta immediatamente il mostro, caricando a testa bassa con la spada sguainata. Prima pensa ad un piano.
Ordina agli anziani del villaggio di preparare una particolare bevanda chiamata Yashiori no sake (八塩折之酒), prodotto con un’acqua particolare quella dalla sorgente sacra Hitoshio nella foresta di Agata e di sistemare otto recipienti dietro altrettante aperture di una recinzione. Quando Yamata no Orochi arriva, viene attirato dal profumo invitante del sakè e avvicina ciascuna delle sue otto teste a uno dei recipienti. Comincia a bere, ancora ed ancora, fino ad ubriacarsi. Il piano di Susanoo ha funzionato, il gigantesco serpente ad un certo punto perde i sensi e crolla addormentato.

A quel punto Susanoo estrae la spada e fa a pezzi il mostro, tagliandone le otto teste e le otto code. Ma se pensate che la storia sia finita, state sbagliando. Durante il taglio di una delle code infatti, la lama di Susanoo urta qualcosa di nascosto all’interno del corpo di Yamata no Orochi. Si tratta di una spada: la Kusanagi-no-Tsurugi, destinata a diventare una delle Tre Insegne Imperiali del Giappone.
Questo cosa ci dice? Che in questa storia il sakè non è un semplice dettaglio, una bevanda che passa inosservata, ma il vero “potere magico” che permette all’eroe di rendere vulnerabile il mostro e non uno qualsiasi. Naturalmente, non è mia intenzione trasformare il mito in una recensione da izakaya! Il Kojiki non ci dice quanti gradi avesse lo Yashiori no sake, quindi definirlo semplicemente come un sakè “fortissimo”, sarebbe una moderna interpretazione ed anche riduttiva per la complessità di gusto di questa bevanda, che ricordate non è un distillato ma un fermentato. Il termine è stato inoltre interpretato in relazione a una preparazione caratterizzata da ripetute lavorazioni o fermentazioni, con un’acqua sacra, ma il suo significato preciso resta ancora discusso.
Quello che il racconto ci lascia è comunque piuttosto chiaro ed evidente: contro un mostro a otto teste, dalla forza notoriamente distruttiva, non serviva necessariamente una forza sovrumana, nè il potere di un dio. Serviva solamente un piano e, possibilmente, otto coppe di buon sakè.





