Se oggi entrate in una libreria o in una fumetteria e correte verso lo scaffale dei manga state usando una parola che ha attraversato non solo secoli di storia, ma anche monaci ribelli e artisti visionari. Tuttavia cosa significa davvero manga e come si è arrivati dai rotoli di carta medievali a One Piece?
La parola Manga (漫画) nasce dall’unione di due concetti:
- Man (漫): involontario, libero, stravagante o persino “in ozio”.
- Ga (画): immagine, disegno o pittura.
Letteralmente, si potrebbe tradurre come “immagini libere” o “immagini involontarie“. Il termine fa la sua prima apparizione ufficiale nel 1798, usato dall’artista Santō Kyōden nel suo libro Shiji no yukikai. Tuttavia, il mondo intero ha imparato a conoscere questa parola grazie a Katsushika Hokusai. Con i suoi Hokusai Manga (pubblicati dal 1814), il maestro dell’Ukiyo-e non voleva raccontare solo una storia sequenziale, lineare, ma catturare l’anima stessa del Giappone in migliaia di schizzi estemporanei: spiriti, smorfie, animali e scene di vita quotidiana.
Sebbene il nome sia quindi relativamente “recente”, il DNA del manga è davvero antichissimo. Il punto di riferimento per ogni storico giapponese sono i Chōjū-giga (Rotoli degli animali che scherzano), attribuiti al monaco Toba Sōjō. Questi rotoli del XII secolo sono considerati come quelli che potremmo definire “protomanga“: qui vediamo rane e conigli che combattono come lottatori di sumo o scimmie che pregano. La cosa incredibile? Per dare il senso del movimento, l’autore usava già delle linee cinetiche molto simili a quelle che si trovano oggi nei manga d’azione.

L’incontro tra oriente ed occidente
La vera trasformazione avviene dopo il 1868 (Ci troviamo nel Periodo Meiji). Il Giappone apre le porte all’Occidente e gli artisti locali scoprono le vignette satiriche europee. Nel 1900, Rakuten Kitazawa è il primo a usare il termine “manga” nel senso moderno di “fumetto” all’interno di una rivista.
La scintilla finale e definitiva però scocca nel dopoguerra. In un Paese da ricostruire, un giovane medico di nome Osamu Tezuka decide di cambiare tutto. Ispirato dal dinamismo dei cartoni animati di Walt Disney e dalla regia cinematografica, Tezuka introduce nei suoi manga i primi piani, le inquadrature dal basso e una narrazione lunga e complessa. Con Astro Boy e La Nuova Isola del Tesoro, il manga smette di essere solo una vignetta divertente e diventa letteratura visiva.
“Sono convinto che i fumetti non debbano solo far ridere. Per questo nelle mie storie trovate lacrime, rabbia, odio, dolore e finali non sempre lieti” (Osamu Tezuka)
Come sappiamo, oggi il manga è un’industria globale, ma la sua essenza, la sua anima rimane fedele a quel nome scelto secoli fa: un’arte libera, capace di vagare tra generi e mondi infiniti. Che leggiate uno shonen d’azione o un profondo seinen psicologico, non state solo sfogliando “un fumetto”, state sfogliando l’evoluzione di quegli “schizzi stravaganti” che hanno reso il Giappone la capitale mondiale della narrazione per immagini. Quasi dimenticavo, per chi non è avvezzo alla lettura dei manga, ricordatevi che si leggono da destra verso sinistra!





